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Racconti dal passato

“ IL DESIDERIO DI UN NOME “


Giglio 1861-1910 Pastore

Era vecchia usanza della mia famiglia, chiamare ogni nuovo arrivato con il nome di un fiore. Questo era successo quando erano nate, Margherita. Rosa e Viola, ma quando nacqui io, le cose cambiarono, sì perché, per la prima volta dopo tanti anni, nella mia famiglia era nato un maschio. Fu nonna a risolvere il problema, dandomi, come da tradizione, il nome di un fiore….Giglio. era il suo fiore preferito, era il fiore della festa di S, Antonio. Mamma era perplessa, papà indifferente, lui aveva altro a cui pensare. A me non interessava, ancora non sapevo che valore e che peso può avere il nome sulla vita di una persona. Mamma lavorava a servizio nelle case, papà, faceva il ferraro, ferrava principalmente i cavalli, ma se gli venivano commissionati lavori più grandi, con la sua pazienza li realizzava, nascevano così, cancellate, portoni e anche chiavistelli. Le cose cambiarono quando ebbi l’età per capire. I miei compagni mi canzonavano e le loro mamme ridevano di quel ridicolo e strano nome. Mia madre, poi, non la smetteva di chiamarmi Giglietto. Quando compii 9 anni, papà volle che dopo la scuola andassi presso la sua bottega, diceva che un bravo ferraro lo si diventava da piccoli. Qua le cose peggiorarono. Non tutti conoscevano il mio nome e questo mi rinquorava, ma quando entrava nella bottega qualcuno che lo conosceva allora diventavo rosso come un peperone e andavo a nascondermi nella grossa cassa che conteneva gli attrezzi da viaggio. Papà aveva già capito che il suo lavoro non lo avrei mai fatto, quello che non sapeva era che il mio unico sogno e desiderio era quello di cambiare il mio nome e appena fossi stato grande lo avrei fatto. Non volli più andare a scuola nonostante fosse una scuola prestigiosa e frequentata da figli di benestanti. A 11 anni, già giravo da solo per la nostra cittadina, andavo alla locanda della piazzetta a bere succo di fragola e andavo dal sarto per farmi confezionare gli abiti. Mi piaceva spendere i soldi di papà, non eravamo molto ricchi, ma il suo lavoro ci consentiva una vita dignitosa e senza molti sacrifici. A papà, questo mio modo di vivere, anche data la mia giovane età, non piaceva, ma lui sperava sempre che prima o poi, capissi il vero valore del danaro e iniziassi a lavorare con lui. Sapevo di questo suo desiderio e lo illudevo, ogni tanto andavo alla bottega vestito con abiti da lavoro, muovevo qualche attrezzo, mi sporcavo della cenere del forno e tornavo a casa stanco e sudato. Quello mi permetteva di non sentirlo urlare e di andare a zonzo per qualche giorno. Nella nostra cittadina, la mia famiglia era molto conosciuta e per questo, mio padre incaricò delle persone affinchè mi tenessero d’occhio. I buoni partiti erano molto ricercati dalle figlie dei contadini e conoscendo la mia testa fresca, papà aveva paura che gli combinassi qualche guaio. Questo per molti contadini, era uno sforzo inutile, molti dei matrimoni tra benestanti, erano già fissati dalle famiglie fin dalla nascita dei figli, questo per non far disperdere i patrimoni e accumulare sempre più ricchezze, così che, i contadini sognavano , i giovanotti approfittavano delle loro figlie e poi si sposavano con la ragazza a loro già assegnata. Quando compii 14 anni si stabilì giorno e moglie che mi sarebbe toccata. Quel giorno fummo da mamma tutti vestiti a festa, casa compresa. Aveva confezionato delle belle tende nuove, tutte a intaglio e di un bel colore verde del prato della collina. Tutti i vasi di cristallo tirati fuori dalle credenze lavati e lucidati erano stati poi riempiti di acqua fresca e riempiti con coloratissimi fiori di campo. Anche i candelabri di argento erano stati addobbati a festa e le candele erano state tutte cambiate. Ascoltavo seduto sul sofà tutte quelle parole su casa, corredo, arredi, figlia, soldi e chiesa. Non mi interessava molto che ero io l’oggetto in discussione, si perché era quello che mi sentivo ,un oggetto. I miei sogni, i miei desideri, anzi, il mio desidero, era un altro…non avevo abbandonato l’idea di farmi cambiare il nome. Nel mio piccolo mondo, vi ero già riuscito, tra le mie amicizie, già mi facevo chiamare Nico, nome corto ma incisivo, che non aveva bisogno di abbreviazioni o vezzeggiativi. Avevo 17 anni e la mia rabbia era sempre più forte e manifesta, non avevo terminato gli studi e non ne volevo sapere di lavorare. Solo che mio padre era cambiato e non era più disposto a farsi prendere in giro dal figlio. Nella bottega, lavoravano i miei due cognati, lavoravano con amore e dedizione tanto che si erano ingranditi e gli affari andavano sempre meglio. Io non vedevo nulla di tutto ciò, volevo solo che le persone mi chiamassero Nico e in pochi lo capivano. Arrivai persino alle mani con qualcuno, quello che volevo ora, era di cambiare vita se necessario anche città. La mattina che partii, pioveva, anche il tempo era mio nemico, era il 1880. Portai con me solo poche cose, anche perché dieci bauli, non sarebbero bastati a contenere tutto quello che possedevo. Andai nella reggina delle città dell’epoca Milano. Piena di gente, bella gente e ricchi signori, curiosi di fare nuove amicizie e di conoscere nuove storie, possibilmente avventurose. Per tutti ero Nico, figlio di un ricco proprietario terriero. Ero giovane, bello e con tante speranze, tra queste, vivere ma senza lavorare. Ma come sempre, feci i conti senza l’oste, cioè mio padre, ben presto mi tagliò quella piccola rendita che mi aveva concesso nella speranza che tornassi presto a casa per lavorare con lui. Ben presto capii che quella vita non avrei potuto farla più per molto tempo. Mi servivano soldi e mi stavano finendo. Tutti quelli che si erano detti buoni amici, ben presto iniziarono ad evitarmi. In quell’ambiente, ciò che contava era il danaro ed io era ormai evidente, non ne avevo più molto, non per i vezzi e le sciocchezze. Era pur vero che tutti mi chiamavano Nico, ma a che prezzo? Avevo umiliato e usato la mia famiglia, avevo lasciato veri amici, per persone che non sapevo più chi fossero. Il nome poco contava, ovunque mi recassi per cercare piccoli lavori, non guardavano il nome, ma chi ero io…..ed io, non ero nessuno, avevo anche smesso di studiare. Se solo quelle persone avessero saputo che mio padre era il miglior ferraro della mia cittadina, avrebbero fatto un enorme inchino. Passai un anno nella città, nella grande e lucente Milano, sperperai un patrimonio, parlai e risi di cose inutili, che molto spesso non convincevano nemmeno me. Ascoltai e conobbi le persone più vuote che avessi mai visto. Vidi persone che fuori dai teatri chiedevano l’elemosina, anche solo un pezzo di pane, lo facevano con dignità, con la testa alta, con gli abiti strappati ma puliti per quello che era possibile. Finiti gli ultimi soldi, tornai a casa, non umiliato, ma vuoto, avevo visto cose che mi avevano disgustato, certo ,avevo condiviso quella vita, ma a che prezzo? A prezzo della mia dignità e per che cosa? Un nome uno sciocco e stupido nome. Tornato alla mia cittadina, andai a lavorare nella bottega di papà. Era un maestro perfetto e impeccabile, pronto a spiegare tutto e per cento volte. Mi misi al passo con gli studi grazie ai miei nipoti, che ridevano di quello zio scapestrato che non entrava più nel banchetto dello studio di mio padre. In poco tempo, imparai tutti i trucchi del mestiere, ed altri ne scoprii. In sei mesi mi sposai con la ragazza che anni prima, era stata destinata a me. Mi piaceva come mi chiamava Giglio, era un suono armonioso. Solo ora capivo, che un nome valeva un altro, era ciò che si aveva nel cuore nell’animo che contava. Unico mio rammarico? Non aver potuto chiedere scusa a mio padre. La vergogna la sicurezza che fosse immortale……era una bellissima persona, ed io ,che lo avevo considerato burbero e duro.





03/10/08







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