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Racconti dal passato
LA PENTOLA DI CATERINA Paola 1910/1993 Ullo
Il mio paese, oggi, nel 2000, non esiste più. È uno dei tanti paesi fantasma dell’Appennino Toscano. Un ammasso di case, una appoggiata sul fianco dell’altra. Tutte in pietra, tutte con il tetto di pietra di fiume, quella pietra che con il tempo e lo scorrere della vita, rende piatte quelle rocce, un tempo possenti e forti, poi, molto utili per riparare i contadini dal freddo inverno e dal caldo dell’estate. Ogni primavera si posavano le zolle di erba su di essi, per far si che la differenza di temperatura non le crepasse. I vecchi del paese, dicevano che la rugiada primaverile, era quella che preannunciava la bella stagione, ma era anche quella che ti rammentava, che la brutta, non era ancora passata. I boschi circondavano case e persone. Il paese più vicino, era a 4 ore di cammino. Solo i più fortunati possedevano un mulo o una mucca, tutti gli altri ringraziavano il Signore per le due o tre galline che giravano libere per le viuzze del paese. I mezzi di trasporto, essendo molto rari in inverno si accudivano meglio delle persone. I muli e le mucche, molto spesso, venivano portati in casa, al fianco della cucina, vi era un locale che fungeva da fienile e dispensa, quindi ottimo per far si che gli animali stessero al caldo. Le famiglie erano molto numerose, forse perché quando i figli si sposavano, non si pensava a costruire nuove case, ma ad aggiungere nuove stanze e così vecchi e giovani stavano a stretto contatto. I vecchi del paese non erano mai soli, c’era sempre qualcuno che si prendeva cura di loro quando si andava nelle campagne o in montagna, una grande e bella famiglia, questo era Ullo….Molti uomini del paese, si dedicavano al legname. Si coltivavano grosse piante di Faggio e le querce che crescevano selvatiche, le si portavano a grandi altezze, così che la potatura portava molta legna. Scendevano nelle città a settembre, tutti uniti, tutti assieme. Quattro carri tirati dai muli e dalle mucche messi a disposizione di chi li aveva, ma non aveva il legname e non aveva i carri. Spedizioni, per il bene di tutte le famiglie, un arrivederci, per quei papà, mariti e fidanzati, che sarebbero stati lontano da casa per almeno una decina di giorni, dandosi il cambio, per tutelare il carico in città, per non perdere i clienti e per dar modo a tutti di tornare a casa delle famiglie. Ogni volta che vedevo partire il mio papà e i miei fratelli piangevo, ma poi il nonno, mi prendeva sulle sue ginocchia e mi raccontava la storia della vecchia quercia del Crociato….ma questa è un'altra storia…..da settembre a marzo ogni lunedì venivano caricati i tronchi più grandi, i tronchi che servivano ai mobilieri per preparare gli arredi delle case dei signori. Tutte le donne, in quei giorni, quando si avvicinava il ritorno dei mariti, si davano un gran da fare per liberare stanze e dispense. Arrivava sempre qualcosa di superfluo, certo, non come ai giorni vostri, dove il superfluo lo è davvero, ma per tutti quel qualcosa in più era una festa. La mattina dell’arrivo del carro carico, tutti i bambini del paese, correvano alla Spianata. Era un terrazzo naturale di terra battuta che si affacciava sulla valle. Si vedevano tutte le montagne e all’ora del tramonto sembrava di essere già in paradiso. Molte promesse di matrimonio erano state fatte su quella terrazza. Quando un ragazzo ti dava appuntamento in quel luogo, tu già sapevi. Era un passo importante, fatto sotto gli occhi di tutto il paese. Un uomo che compiva quel passo era pronto per il matrimonio….fu nel 24, quando Vittorio, mi invitò alla Spianata. Ero felicissima, camminavo tra le nuvole e anche l’aria era mia complice profumando di mughetto. Vittorio, era l’unico ragazzo in età da matrimonio, almeno per i prossimi due anni, conteso e voluto, da almeno 4 ragazze del paese, tutte pronte e in età da marito. Ma per la Spianata, aveva scelto me. Come era usanza, uscii di casa per andare da Caterina una mia amica. era la ragazza che con me stava confezionando giorno dopo giorno, anno dopo anno il corredo. Tutti sapevano quale fosse la mia vera destinazione, ma si attendeva la conferma. Quel pomeriggio il rosso del tramonto, era in ogni angolo non solo dell’orizzonte del cielo e della vallata, ma anche del mio cuore….ma quando vidi Vittorio appoggiato al muretto, il cuore smise di battere nel mio petto. Non fu come mi aspettavo, non fu come tutti si aspettavano….fu per chiedermi di intercedere per lui, con Caterina. Lui, voleva sposare lei, la ragazza che conoscevo da sempre, la ragazza a cui avevo aperto il cuore e che con tutta me stessa, in quel preciso istante, iniziai ad odiare. Aveva bisogno del mio aiuto, provava soggezione del padre di lei e poco poteva vedere il nonno, uomo massiccio e assai autoritario. La mamma di Caterina era morta da parecchi anni e questo aveva indurito il cuore del padre e del nonno. Oltre tutto, era lei che si occupava della famiglia, delle pulizie di casa, della campagna e di tutti i componenti di quella casa, se si fosse sposata, tutto sarebbe cambiato. Avevo la gola arsa, faticavo ad inghiottire, ascoltavo, ma le mie ossa volevano scappare. Tormentavo la gonna di panno marrone, con forti pizzicate che ad un certo punto arrivarono alla mia gamba, procurandomi un forte dolore. Solo in quel momento mi resi conto che agli occhi del paese ero irrimediabilmente compromessa. Quanti sentimenti si affollavano nella mia mente, quanta confusione avevo nel cuore. Provavo paura per la reazione di mio padre, non nei miei confronti ma nei confronti di Vittorio. Vedevo già le lacrime di mia madre e la disperazione di mia nonna che avrebbe passato i prossimi giorni sotto il crocefisso appeso al muro della cucina. Mi accorsi di non ascoltare più la voce di quel ragazzo tanto vicino a me, ma molto lontano dalla mia vita, il mio sguardo era fisso sulla valle, arrossata di dolore, arrossata di lacrime…arrossata di scherno, il vento che soffiava più in basso, sembrava ricordarmi le ristate che avrei ricevuto dalle altre ragazze rifiutate da quel ragazzo, tanto forte, ma tanto vulnerabile. Fu la decisione di un attimo. Il cuore che riprendeva il controllo dei suoi battiti la mente che diceva ai miei occhi di guardare meglio ciò che mi circondava. Tutto era meraviglioso…..avrei parlato per lui, avrei aiutato Caterina. Mi vennero alla mente le parole di mio padre, lui non voleva odio nella sua casa, certo pretendeva la giustizia, ma non l’odio. Il discorso già preparato di Vittorio, durò un’eternità, non voleva mai smettere di elencare i pregi di quella che lui, già considerava la sua sposa, come se io non la conoscessi, come se dovesse convincere me di qualcosa, che già conoscevo. Mi iniziava a fare male la testa e le ginocchia i tremavano senza sosta. Lo rassicurai , gli promisi che avrei fatto del mio meglio per aiutare quella giovane e nuova coppia, ma per me, ora, era il momento di scappare e tornarmene a casa. Avevo voglia di piangere e di urlare. Per le vie del paese gli sguardi di tutti mi colpirono come delle pugnalate, in quel momento ebbi la certezza, che tutti già sapessero. Per la prima volta nella mia vita, desiderai di lasciare quel paese. Quella notte sognai posti lontani e bellissimi, il giorno dopo parlai con mia madre. Non ebbi rimproveri per quell’insano desiderio di abbandonare tutto, ma c’era da pensare a Caterina e Vittorio. Mia madre mi ricordò, che avevano bisogno del mio sostegno, del mio aiuto, se una persona poteva convincere il padre di Caterina che Vittorio era un bravo ragazzo, quella persona ero io……passò quasi un anno, prima che le cose nella vita e nella casa di Caterina si aggiustassero. Ora, tutto il paese, era in fermento per quel matrimonio tanto atteso quanto voluto. Nel paese non vi erano molti soldi ed era per questo che ad ogni preparativo di nozze, veniva destinato un carico di legname. Due donne, di solito le più anziane, scendevano a valle. Andavano all’emporio per terminare il corredo della futura sposa, quell’anno per la prima volta, una delle due donne fui io. Non scendevo solo per il corredo di Caterina, ma anche per trovare un lavoro. In una di quelle belle case della valle, cercavano di sicuro una cameriera, ed io ero pronta a svolgere il mio compito. Sapevo che per me sarebbe stato difficile vivere nello stesso paese di Vittorio e Caterina. Sapevo che sarebbe stato difficile vedere che i loro figli nascevano e crescevano. Mamma e papà sapevano, ma non dissero nulla, per la prima volta, non parlarono, erano tristi, ma non fecero nulla per fermarmi, in cuor loro sapevano che sarebbe stato del tutto inutile. Trovammo tutto ciò che serviva per completare il corredo della futura sposa e con i soldi che rimasero, decisi di comprare una pentola di terracotta. Di quelle belle con il coperchio, di quelle che appoggi sulla cenere e a fuoco lento cuociono le zuppe. Trovai lavoro e quello stesso giorno non tornai a casa, rimasi nella valle. Passarono i mesi, vedevo mio padre il lunedì che scendeva alla falegnameria, vedevo i miei fratelli il lunedì che toccava a loro, la consegna del legname…vedevo qualche vecchio amico, ma il paese non mi mancava. Mio padre non disse o fece mai nulla per farmi tornare al paese, mi disse solo che alla sposa la pentola era piaciuta molto ma che non l’avrebbe mai usata, non fino a quando non fossi tornata al paese. Non andai alle sue nozze, non andai al battezzo del suo primo figlio. La mai vita, nella valle, scorreva tranquilla. Quando mori’ mia madre andai al pese per il funerale, rividi Caterina ma non la salutai. Due anni dopo mori’ mio padre e questa volta, al paese, mi fermai qualche giorno in più. Presi l’abitudine di andare alla terrazza tutte le sere, l’aria della primavera ancora era fresca, l’inverno, quell’anno, stentava a salutarci, ma i colori che si vedevano da lassù, erano magnifici. Il profumo delle montagne circondava l’attorno e i miei occhi vagavano in cerca del tutto. Il sole calava come sempre, gli alberi erano più grandi e imponenti, ma erano gli stessi che mi avevano vista bambina e giovane innamorata. Non ero ancora sposata, e in cuor mio, sapevo che non lo avrei più fatto, non ero più in età da marito e abitudine alla vita da sola, aveva preso il sopravvento su ciò che erano usanze e tradizioni. Avevo, per una volta, esaudito un mio desiderio, lasciare la montagna per una nuova vita a valle. Non fu facile abituarsi alla nuova vita, ma con il tempo e l’accomodamento tutto viene da se. Quella sera, alla terrazza, sapevo che era l’ultima, l’indomani mattina sarei ritornata alla mia casa. Ero assorta nei miei pensieri ma una voce nel mio cuore mi diceva che non ero sola in quel luogo. Fu in quel preciso momento che voltandomi rividi Vittorio e Caterina. Vidi il loro imbarazzo, vidi nel fondo dei loro occhi, la voglia di scappare lontano, ma sapevano che dovevano dire qualcosa e lo dissero…mi chiesero perdono, un perdono per un nulla che avevano commesso. Mi ringraziarono per il bellissimo regalo che avevo loro fatto, ma mai avrebbero usato quella pentola se non ci fossi stata io seduta alla loro tavola. Questo, ora, era il loro desiderio, quello che sognavano per raggiungere quella pace del quotidiano che ogni coppia cerca per la propria famiglia. Non mi sarei seduta alla loro tavola, non odiavo quelle due persone, ma non lo ritenevo giusto per la mia persona, dovete capire che la mentalità a quei tempi, era molto chiusa, si aveva grande considerazione per ciò che si chiamava “ amor Proprio “ quando in fondo al nostro cuore, tutti si sapeva che era stupido orgoglio. Agli occhi del paese sarebbe stata una umiliazione, che non volevo e non potevo subire, nemmeno per tutto ciò che provavo per i miei amici. Tornai quella stessa sera alla valle….era passata la Seconda Guerra, quella che aveva abbracciato migliaia di vite, quella che era stata testimone di brutture ma tante cose belle, forse piccole cose, passate inosservate, ma che hanno fatto capire ai rimasti che c’era ancora qualcuno che amava l’essere umano. Il mondo lo si guardava con occhi diversi, tra la gioia dell’essere vivi e la tristezza per tutto ciò che c’era da fare per ricominciare. Era pensiero comune, in quei primi tempi di pace, far si che le cose tornassero al più presto come un tempo. Sciocca ipocrisia dell’uomo, nulla sarebbe stato più come un tempo, sarebbe stato sufficiente se tutto fosse ripreso con una sorta di apparente normalità. In quel periodo e nel giro di pochi anni, nacquero i nuovi ricchi, persone che, più o meno facendo le cose bene, si erano arricchite. Ricchezza che da molti era vista come una benedizione, si aprirono le prime fabbriche e questo creò nuovi posti di lavoro, povera gente che lavorava anche 14 ore al giorno, tutti i giorni della settimana concedendo a Dio solo due ore per le funzioni religiose. Questa era la nuova vita, questo era il nuovo ricco. Le famiglie non erano più tanto numerose, chi aveva perso i propri giovani in guerra, chi si trovava come giovane vedova senza il conforto di un bimbo non procreato, madri e padri senza una tomba su cui piangere i propri ragazzi. Io stessa persi tre fratelli e due cognati, una famiglia di sole donne, nulla più da coltivare, nessuna pianta più da portare alla falegnameria che non esisteva più. Il pensiero in quei primi anni di corse verso la ripresa, non mi portò più sulla montagna. Ma ai primi degli anni 50, per l’esattezza nel 1953 ebbi il forte desiderio di risalire quella stretta e tortuosa strada di montagna. Ancora negli anni 50 era percorsa solo dai muli e dalle gambe dei più forti, nessun camion, nessuna macchina, anche perché ve ne erano ancora poche. La mia forza fisica era molta per la valle, ma per quella mulattiera era davvero poca. Il fiato corto e i polmoni che sembravano non saziarsi mai dell’aria che entrava sempre più frenetica. Il paese era quasi disabitato, tra la guerra e i giovani che erano scesi nelle città della valle, erano pochi quelli rimasti. Mi rinfrescai nella stanza da letto che un tempo era stata dei miei genitori, mi asciugai con le tele fresche di lavanda e gelsomino, indossai l’abito tipico della montagna, quello con grosse tasche, perché ogni buon montanaro sa che lungo il suo cammino all’interno dei boschi, vi e’ sempre qualcosa che si può portare a casa da mettere in tavola. Mi diressi alla terrazza, la volevo rivedere….era intatta e imponente come sempre. Affacciata sulla valle non più allegra e serena come un tempo, certo tranquilla, ma tormentata da ciò che la guerra le aveva fatto vedere. Il tramonto mi accolse di sorpresa caldo e rosso, con la sua lentezza, con il suo lamento all’interno del cuore. Con il suo dolore per quei giovani che aveva accolto a se troppo presto. Mi cadde una lacrima lenta e tiepida, dal sapore salato, come tutte quelle che mi erano scese in quegli anni di tormento. Misi le mani nelle grosse tasche, troppo vuote per essere le tasche di una montanara, troppo vuote per essere le tasche di una vita. tornai a passo lento verso il paese. Parte era i ordine, parte era incolto, case abbandonate troppo in fretta, case che non erano state riaperte o chiuse per scappare dove la guerra non ti avrebbe preso, che sciocca illusione…ciuffi di erba si affacciavano per terra, qua e la lungo i vicoli semi deserti della sera. Percorsi le vie del paese come un fantasma. Quante porte sbarrate, troppe…mi ritrovai davanti alla casa di Caterina e Vittorio, la porta era socchiusa e dall’interno giungeva un irreale silenzio. Mi sporsi, non volevo spiare, ma vedere…Caterina era seduta davanti al camino acceso, stava rammendando. Ero in silenzio, proprio come era quella casa, solo lo scoppiettio del camino dava vita a quelle quattro mura. Caterina si fermò, guardò un attimo la fiamma poi volse lo sguardo verso di me…solo silenzio, ancora e solo silenzio…un lungo abbraccio, nessuna parola, non ve ne era bisogno, non tra noi, non dopo tutti quegli anni trascorsi a rincorrere cose che già avevamo, l’amicizia e il rispetto di persone che ci amavano senza domandare nulla. scorsero ancora lacrime, ma questa volta erano di gioia. Quanti anni, che stupido orgoglio e puntiglio, che sciocchi gli esseri umani disposti a perdere tutto anche una vera amica, per una sciocca rivalsa che non porta a nulla. seppi in quel momento che Vittorio non c’era più. Era morto in guerra, come tanti altri….come tutti quelli che conoscevo. Caterina aveva tre bambini, tutti da crescere, tutti con i loro sogni i loro bisogni e i loro desideri. Mi raccontò, che per molti anni il paese, fu in mano ai partigiani, molti fuggiti dalle città per paura, altri per vero ideale, molti anziani erano mancati per il dolore causato dalla perdita di un loro caro, molte donne morte di parto…questo era diventato quel paese sulla montagna. Un paese di vite vissute e morte, un paese di ricordi e sogni mai vissuti. Parlammo per ore, non ci accorgemmo che era quasi l’alba....non ci fu bisogno di parlare, ci incamminammo tenendoci a braccetto verso la terrazza. Era sempre uno spettacolo magico, capace di infondere forza e coraggio…..trascorremmo la giornata riordinando la casa che era della mia famiglia, pulendo il vicolo che conduceva alla chiesa, togliendo le erbacce dalla fontanella della piazza. Quella sera stanche ma felici, mangiammo una stupenda zuppa di erbe e patate, quella zuppa fu cotta nella pentola che fu il mio regalo di nozze a quei giovani sposi. Tutti quegli anni era stata riposta in una credenza, in bella vista, ma mai usata. Penso di essere stata una buona zia per i figli di Vittorio e Caterina. Quando decisero che la valle era il loro futuro, la mia casa, divenne la loro. Li vidi crescere, li vidi sposi e poi padri, sempre attenti alle necessità della mamma e di quella vecchia zia un po’ brontolona e zitella. Caterina mi aveva fatto partecipare alla sua vita, mi aveva reso parte della sua vita, senza domande e senza dei perché. Per molti la mia vita è passata in modo inutile e senza scopo, ma credetemi, se provate oggi, a chiudere gli occhi e tornare indietro nel tempo di 50 o 60 anni, ai racconti di guerra e vita che i nonni vi facevano, riuscirete di certo, a provare le stesse emozioni che noi abbiamo vissuto. Riscoprirete gli odori e i profumi di valli, paesi e città. Potrete toccare con il palmo della mano quel fascio di sole che illumina una vallata, non solo la mia, ma tutte quelle del creato. Il mio paese sui monti, è vuoto, abbandonato dagli uomini, ma non abbandonato dai ricordi e dalla vita che ha vissuto. La terrazza è colma di erbacce, ma continua imperterrita a vedere le albe e i tramonti, testimoni inviolati della vita che continua……anch’io vedo il tramonto…lo vedo dall’alto, ma è sempre caldo e lucente……peccato che gli esseri del mondo ,non sappiano cogliere tanta beltà……
03/10/08
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