|
|
|
Racconti dal passato
“ LA PINETA DI FULVIO “ Fulvio 1891-1973 Gastano
Sono nato nello stesso giorno che lo mio zio, fratello di mia mamma e la moglie, hanno dato alla luce, la loro prima figlia. Questa mia venuta al mondo con una mesata di anticipo, segnò il destino di tutta la mia vita e di tutta la mia famiglia. Nonno Fulvio, il papà di mia madre, era vedovo da molti anni, ed era per questo, che viveva un po’ in una famiglia, un po’ in un’altra. Le sue figlie gli volevano bene così come i loro mariti. Si spostava a seconda dei raccolti e delle semine. Non faceva così, torto a nessuno, e non era costretto a vivere da solo. Quel giorno, si trovava tranquillo a casa degli zii. Il parto di mia cugina era prossimo, ma mia madre, ebbe più fretta. Quando andarono a casa di zio, per annunciare la nascita del primo nipote maschio, nonno non ci pensò due volte, inforco l’asino, unico suo mezzo di trasporto e si precipitò da quella nuova vita…la sua felicità toccò il culmine, quando gli dissero che quel bel bambino, si sarebbe chiamato come lui, Fulvio. Nonostante gli anni, nonno era ancora di aspetto giovane e aveva ancora tanta forza nelle braccia, ma con la mia nascita, si rinvigorì ancora di più. Non lasciò per parecchi mesi la casa della figlia, nonostante i raccolti dagli altri figli si accumulassero e nonostante la nascita di altri nipoti. Adorava quel bambino che portava il suo nome e non ci fu nulla da fare quando seppe che anche le altre nuore chiamarono come lui i loro fogli. Io crescevo e adoravo quel nonno che mi insegnava tutto quello che sapeva della terra, degli innesti e della conservazione dei cibi per l’inverno. Quello su cui ci capivamo subito, erano gli alberi, avevamo una profonda adorazione per quelle grosse piante di pino, che sapevamo essere un grande tesoro per noi contadini. Aveva poi, un’altra passione, quella di intagliare le radici di quegli alberi. A volte, si accontentava dei rami caduti per il forte vento, o dei rami lasciati perché troppo piccolo per essere lavorati dagli artigiani della zona. Nel paese era molto apprezzato per quei suoi splendidi lavori. A lui non pesava passare le serate davanti al caminetto a intagliare, scavare e scalpellare. Ed io, lo guardavo incantato, guardavo come quei pezzi di legno, prendevano forma sotto le sue abili mosse, guardavo come accarezzava quel legno, guardavo come gli parlava, guardavo e imparavo. In estate, quando il caldo in casa era soffocante, metteva tutti i suoi piccoli attrezzi in una sacca di cuoio, mi prendeva per mano e messo un pezzo di pane e salsiccia sotto il braccio, andavamo nel boschetto della pineta. Quello era il suo paradiso, ma, mano a mano che crescevo, divenne anche il mio angolo segreto, il mio rifugio, il mio paradiso. Passavamo molte ore al giorno da soli in quel luogo dimenticato da Dio, questo, faceva irritare mio padre, che aveva bisogno di aiuto nelle campagne, faceva rendere nervosa mamma, che già era in lite da tempo con i suoi fratelli. Fu così che accadde che, papà si arrabbiava con mamma, anche perché nonno non era suo padre, quindi non poteva dire nulla, mamma si irritava con nonno, che poi se la prendeva con gli altri figli, da lui giudicati egoisti. Io non mi accorgevo di nulla troppo preso nel veder nascere quelle nuove statue o attrezzi da lavoro. Quando fui più grandicello, avevo quasi 11 anni, presi ad andare da solo alla pineta. La tenevo ben sistemata, toglievo l’erba cattiva, zappettavo il piano dove poggiava la pianta, potavo i rami storti….guardavo il cielo che filtrava tra i rami. Nonno dopo l’inverno del 1904 e dopo una brutta influenza poco curata, era di molto invecchiato. Era per questo che mi seguiva nella pineta, ma stava seduto al centro di essa su una panca che con cura aveva intagliato. Si guardava attorno, lo vedevo smarrito, quasi perso in quel luogo che tanto amava e conosceva. Io guardavo la panca che lo circondava era stata creata da un pino, che anni prima era stato abbattuto da un fulmine. Nonno non aveva mai tolto quella pianta, diceva sempre che quello era il suo mondo e da li non doveva essere spostata. Ci aveva con cura, ricavato quel luogo protetto dai grandi rami, in cui sedersi e all’occorrenza adagiarsi per un sonnellino. Nessuno della sua famiglia, aveva mai osato sedersi su quella panca, nemmeno nei giorni di festa quando tutti si andava alla pineta. Nonno morì nel 1913, aveva visto il nuovo secolo e si era augurato prima di chiudere gli occhi, che suo nipote, non vedesse le brutture che lui aveva visto. Per mamma fu una liberazione, per quanto era capace di agire quando stava bene, tanto era immobile negli ultimi anni che lo videro invecchiare. Nonostante la morte di nonno, i vecchi rancori con i fratelli, non cessarono, mamma era sempre più sola. Ero rimasto l’unico nipote maschio, tutti gli altri zii, avevano avuto femmine, un cruccio accompagnò mamma per molti anni, che non potessi portare avanti il nome di nonno e della sua famiglia. A mamma non importava nulla della vecchia guerra tra i suoi fratelli e il nonno, ma avrebbe tanto voluto un poco di aiuto nell’accudire quel vecchi che si era tanto prodigato per tutti, ma era davvero così?…..io continuavo a intagliare come mi aveva insegnato il nonno, con una differenza, mi facevo pagare. Ero molto bravo e attento, accorto in ciò che chiedeva il cliente e preciso nelle consegne. Fu solo perché guadagnavo qualche soldo che papà non badò mai al fatto, che lavorassi poco nelle campagne. Aveva bisogno di aiuto, ma a me non osava chiederlo. I pochi soldi che portavo a casa facevano comodo più della terra coltivata. La prima grande guerra era ormai nel pieno della sua vita e nessuno aveva nulla con cui pagare ma solo con cui scambiare. Mamma metteva ogni singolo soldo, nella scatola sotto il pavimento, diceva sempre che quando quell’inferno fosse finito, ci sarebbe stato molto bisogno di soldi. Intagliavo con un solo rimpianto, quello di non essere accettato dalla famiglia di mamma, non conoscevo bene i miei zii, e non conoscevo per nulla le mie cugine. Avrei tanto desiderato che una domenica dopo la funzione, ci si trovasse tutti come un tempo, ormai lontano, alla pineta, accanto al tronco del nonno a parlare e discutere della terra e della famiglia. Ma come spesso accade, con una guerra, arrivò per me la chiamata, dovetti partire, tra le lacrime di mamma e lo scuotere della testa di papà. Molti erano già partiti, molti non erano tornati e i pochi che avevano rivisto la loro casa, erano mutilati. Ho visto il Piave….ho visto la morte dei miei compagni, ho visto le loro mani stringermi con paura, ho visto i volti delle loro madri, moglie e figli…due volte sono stato ferito e in quelle giornate di lunga e grigia attesa, ripresi a intagliare. Sognavo il mio ritorno a casa, sognavo la pineta e intanto, creavo crocifissi che regalavo ai miei compagni di sventura. Desideravo che tutto ciò che mi circondava terminasse al più presto, che tutta quella ingordigia umana avesse fine, che tutti quegli uomini e ragazzi, tornassero a casa dalle loro mamme….desideravo tornare nella mia pineta, desideravo parlare con gli zii, per far capire loro che altre erano le cose per cui incupirsi, non certo la nascita di un maschio o di una femmina. Passai giorni e notti nelle trincee, nell’attesa che qualcosa accadesse, nell’attesa che qualcuno decidesse se era giusto per noi, vivere o morire. Intagliavo crocifissi, intagliavo ciò che vedevo, vecchie case diroccate, animali in cerca di cibo, uomini che pregavano, bambini che cercavano cibo. Nessuno di noi aveva mai visto un fucile, nessuno sapeva cosa fosse un cannone, nessuno di noi, sapeva più, chi fosse il nemico. Tutti ragazzi spauriti, che si fronteggiavano nell’attesa assurda che qualcuno ci dicesse di tornare a casa e ogni giorno, arrivava l’alba con un compagno in meno. Si obbediva agli ordini, senza capire o sapere. In quei lunghi giorni un solo pensiero accompagnava tutti….tornare alla vita. quella che ti fa vedere il sole, quella che ti fa sentire il profumo di grano, quella che ti fa sudare o bestemmiare per un raccolto andato perduto. Non avevo una fidanzata che a casa mi aspettava, ma avevo la mia pineta e una vita da essere vissuta. Tornai a casa dopo anni che non la vedevo era la fine del 1919. Non vidi più molti amici, io stesso, rischiai di perdere una gamba. Avevo ancora bisogno di molte cure e per questo occorrevano molti soldi. Quegli stessi soldi che erano ancora nella scatola, quegli stessi soldi che sarebbero bastati per tutte le famiglie dei miei zii. Soldi che avrebbero consentito di riordinare le campagne e riportarle all’antico vigore. Come era nel carattere di mamma, però, si mise contro tutto e tutti e con una forza d’animo che non le riconoscevo, decise che quei soldi sarebbero serviti per le mie cure. Anche nonno era stato così, faceva le cose perché ci credeva e la mia gamba fu salvata perché mamma ci aveva creduto…..anche più dei medici. Rimasi con qualche piccolo difetto nella camminata, ma la mia gamba era al suo posto. L’astio tra i miei zii e mia madre crebbe sempre di più. Ma lei, proseguiva per la sua strada, era stato nonno a insegnarmi l’arte dell’intaglio e quindi quelli, erano soldi più miei che di tutta la famiglia. In questa situazione, vedevo il mio desideri sempre più lontano, le mie cugine si stavano sposando una dopo l’altra, ed io, non le conoscevo. Stavano nascendo i loro figli, ed io ,non li vedevo. Con molto sforzo, ripresi ad andare alla pineta. La prima volta che la vidi, rimasi sconvolto, le erbacce, si erano impadronite di tutto e i rami, penzolavano senza forza da ogni albero. La panca di nonno si intravedeva a stento, ma non mi scoraggiai, nonno non lo avrebbe fatto e non lo avrebbe approvato. Mi rimboccai le maniche e nonostante quella lieve menomazione, cercai di rendere tutto bello come un tempo. Passo’ quasi un anno prima che il vecchi splendore si facesse largo, ma ce la feci. Passavo in quel luogo anche i giorni di festa, immaginando tutta la famiglia al mio fianco. Sentivo la presenza del nonno, sentivo la presenza del suo dolore, vedevo ogni pezzo di legno che prendeva forma, ma inutilmente, nulla aveva senso se non avevi nessuno con cui condividerlo. Non badavo più alle campagne, ora il mio tempo, era alla pineta. Nessuno osava rimproverarmi, per me era una sorta di riscatto, per gli anni persi nella guerra. Papà, però, si dispiaceva, non diceva nulla, ma il lavoro nella terra, per il sostentamento della famiglia era molto importante. Mamma ogni notte piangeva, la sentivo, era vecchi e curva con i capelli bianchi più per il dolore che aveva nel cuore, che per gli anni che si portava. Non so dire cosa e perché fece cambiare le cose, ma questo è ciò che accadde il 5 di giugno del 1924……vidi arrivare di corsa nella pineta, mia cugina Isa, la conoscevo per nome e rimasi stupito quando me la trovai davanti. Sapevo che la sua casa era al confine con la pineta e quindi non doveva essere passata a casa da mia madre, doveva essere successo qualcosa di grave e così era…..suo figlio si era fatto male, il marito era fuori paese a consegnare un raccolto e lei non sapeva cosa fare. Non ci pensai due volte e la seguii con passo incerto ma forte. Quel bambino era l’immagine del nonno, aveva gli occhi grandi e neri, aveva la fronte sudata e il pianto che non cessava. Lo presi in braccio e lo portai dal medico in paese. Mia cugina non sapeva più come ringraziarmi, ma non vi era nulla da ringraziare…..quello fu l’inizio di un lungo e tortuoso cammino verso la pace nella mia famiglia. Quella sera stessa mamma andò dalla nipote e ci trovò gran parte della famiglia, io e papà non l’avevamo accompagnata era giusto che fosse lei a parlare per prima e così fu…….ero sicuro che nonno Fulvio ci avesse messo lo zampino. Le cose non accadono mai per caso. Da quella estate, nelle giornate calde, ci si riuniva tutti alla pineta, come un tempo lontano, che non ricordavo nemmeno. Vedevo seduto dalla panca, fratelli e sorelle che parlavano tra loro del più e del meno. Del lavoro nelle terre, delle prossime nozze di questo o quel nipote. Vedevo mio padre con la pipa in bocca che parlava con i cognati amici di un tempo, nemici di un ricordo ormai lontano. Mamma spiegava alle nipoti come fare i dolci e ricamare le tovaglie. Io, ero circondato dai più piccoli che erano curiosi di capire come da pochi intagli, nascessero cose magiche dalle mie mani. C’era anche il nuovo arrivato, figlio di mia cugina, Fulvio, che portava il nome del suo bis nonno. Non è facile descrivere quello che provavo in quei momento, mi tornavano alla mente le lacrime dei miei compagni di guerra, la loro voglia di tornare a casa dalle loro famiglie, solo ora capivo a pieno, quello che volevano dire. Avevo vissuto la guerra, avevo visto l’astio che cresceva e si nutriva giorno dopo giorno, all’interno della mia famiglia. Avevamo capito lo sbaglio, ed ora, cercavamo di porre rimedio, non avremo potuto fare nulla per cancellare anni passati ad ignorarci, non avremo potuto fare nulla per riportare quegli anni sulla nostra strada, ma potevamo far capire ai più piccoli, che c’è sempre tempo per chiedere perdono e non vergognarsi di farlo. Tra un intaglio e l’altro con il passare degli anni, raccontavo ai piccoli la storia della pineta e di nonno Fulvio, che per loro e’ sempre stato l’angelo della pineta……….
03/10/08
|
|